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La fine di un viaggio è solo l’inizio di un altro…

Dopo essermi fatta l’italia a piedi, e aver promosso il mio primo libro “walkaboutitalia” su una bicicletta di bambù sono riparta per un nuovo viaggio: The Never Ending Road, il giro del mondo in bici attraversando gli oceani in barca a vela, al momento sono arrivata a Dublino su una nuova bicicletta -stavolta d’acciaio, una Terranova creata da http://www.bressanbike.it soprannominata Falkor- qui, degli amici che gestiscono una scuola di vela mi stanno insegnando a navigare mentre aspetto che gli Alisei mi portino al di là dell’Atlantico in autunno. Vuoi seguire il mio nuovo viaggio? Seguimi sulla nuova pagina Facebook: https://www.facebook.com/darinkamontico/ o sul mio nuovo blog TheNeverEndingRoad.com

 

The Never Ending Road senza soldi e raccogliendo sogni?

Purtroppo credo che per il giro del mondo dei soldi, quantomeno per pagare i visti d’ingresso, acquistare e rimpiazzare il materiale tecnico siano necessari. Non credo nei crowdfunding per pagarsi un viaggio. Dopotutto perché dovrei regalare soldi a qualcuno in particolare per fare qualcosa che tutti vorrebbero fare?  Per questa e altre ragioni che spiego dettagliatamente tra qualche riga ho deciso di auto-pubblicare il mio secondo libro: MONDONAUTA. Acquistandolo ti stai regalando un bel libro e mi stai regalando un sogno- o un panino o un copertone…! Mi sembra uno scambio equo, non ti pare?

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Cercate un manuale per imparare ad essere liberi? Se la libertà si potesse inscatolare non sarebbe più libera. Mondonauta non è una guida, è puro rock and roll “on the road”.

 

 

Mondonauta è un diario di viaggio talmente surreale che trascende da quella che è la semplice letteratura di viaggio arrivando a sfiorare il romanzo. È un opera priva di filtri che strizza palesemente l’occhio alla beat generation affrontando tematiche quali il sesso, la droga e il passaggio dell’autrice dall’essere una spogliarellista di successo nei locali notturni più frequentati di tutta l’Oceania al trasformarsi in autrice avventuriera, svelando i retroscena sia del mondo dell’editoria italiana che delle “sex workers” d’oltreoceano, scontrandosi amorevolmente con ottiche femministe d’altri tempi.

 

Giornate d'oppio
Giornate d’oppio
Mondonauta: Rock and Roll on the road
Kashgar, uiguri che giocano con pistole giocattolo

                     

SINOSSI: Il Laos -dove l’autrice ha vissuto per quattro anni, prima insegnando inglese alle scuole elementari, poi aprendo un ristorante di cucina laotiana per “Falang” (stranieri)- è la fonte, da qui partono due viaggi che scorrono parallelamente alternandosi capitolo dopo capitolo in un vortice ritmato di avventure, emozioni, umanità e geopolitica.

Uno la vedrà protagonista, dopo un inaspettato tradimento, di un’avventura epica che da Vientiane la spingerà fino alla Scandinavia, attraversando tutta l’Asia centrale via terra. L’incontro/scontro con i bagni cinesi, con gli uiguri oppressi dal regime nello Xinjiang, i passaggi in autostop ridiscendendo la catena himalayana, l’evitare per un soffio una guerra civile per andare a rifugiarsi nelle Yurta delle montagne chirghise, le sporadiche pozzanghere, rimasugli del lago di Aral in mezzo al deserto kazako, sono descritte con ironia e schiettezza allarmante facendo del lettore un vero e proprio compagno di viaggio.

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Una Yurta sulle montagne chirghise

L’altro viaggio, dall’Indocina si sposta in Sudafrica per poi ripercorrere la storia di un’autrice appena nata e di che cosa si è dovuta inventare per nutrire la propria pancia e propri sogni attraversando di nuovo tutta l’Italia, per oltre 6000 chilometri, a cavallo di una bicicletta di bambù.

Questi due fiumi in piena spesso condividono lo stesso letto, scambiandosi le acque. Le riflessioni di oggi arricchiscono quelle di ieri e viceversa in un viaggio al di fuori dei confini del tempo e dello spazio, dove tutti ci trasformiamo Mondonauti e navighiamo sulla terra come in oceano aperto, la, dove i confini di razza, sesso e religione non esistono.

Mondonauta è da oggi disponibile in versione cartacea su createspace.com o amazon.it e in versione Kindle su amazon.it

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Mondonauta disponibile anche a Dublino, da Sweny’s la farmacia di Mr Bloom nell’Ulysses di Joyce

 

Mondonauta non è un libro rivoluzionario solo per i contenuti, è un espressione di libertà estrema sia nello stile letterario che nell’anticonformismo dei canali di distribuzione in quanto autopubblicato.

 

Cosa vuol dire Auto-pubblicare? Bene, la maggior parte dei libri, se non tutti quelli che trovate in libreria, sono libri che hanno una casa editrice alle spalle. Io questa volta ho deciso invece di non averla… Perché?

Normalmente la casa editrice si dovrebbe occupare della correzione di eventuali errori nei libri pubblicati, della promozione del libro e dell’autore e della distribuzione, questo lo farebbe (e non sto usando il condizionale a caso, moltissime case editrici non lo fanno nemmeno, o lo fanno male) in cambio di più del 90% del prezzo di copertina del manoscritto– secondo un contratto standard.

L’autore inoltre cederà i diritti del manoscritto alla casa editrice per un tempo, che nella maggior pare dei contratti è intorno ai 10 anni. Cosa vuol dire?  Vuol dire che se della propria storia si farà un film, se viene tradotta per pubblicazioni estere, se ne venga tratto un fumetto, o venga trasformato in qualsiasi altra forma l’autore prenderà una minima percentuale nel passaggio dell’utilizzazione dei diritti, ma soprattutto vuol dire che se la casa editrice non è per niente intraprendente, per i successivi dieci anni, la pubblicazione difficilmente vedrà luce altrove.

Detto questo l’autore potrà, se è fortunato, ricevere i frutti del suo lavoro, solo l’anno successivo rispetto alla pubblicazione e dovrà affidarsi all’onestà  del rendiconto emesso della casa editrice.

Praticamente il contratto di strozzinaggio standard fatto dalla maggior parte delle case editrici italiane agli autori non ci permette di sopravvivere con quello che scriviamo, rendendo la maggior parte di noi effettivamente scrittori part-time, forzandoci a trovare altri metodi per sopravvivere, effettivamenteportandoci via il tempo che abbiamo per dedicarci alla nostra passione. E non credo sia giusto che la nostra passione non possa definirsi un lavoro degno di rispetto. Non credo sia giusto che ogni volta che utilizziamo la parola lavoro la dobbiamo associare a qualcosa che non ci piace. Io sogno di essere una scrittrice di viaggio, e quindi che l’editoria italiana me lo permetta o meno lo sono e lo sarò. 

 

 

E qui entrate in campo voi. Saltando il passaggio che distrugge i nostri sogni rimane solo l’autore e il lettore stesso. E fortunatamente oggi: Internet! La promozione del libro la posso fare attraverso i miei social e il mio blog, e grazie a tutte le vostre condivisioni e il passa parola, attraverso ogni recensione che scrivete, attraverso ogni collega o amico con cui ne parlate, e la distribuzione sarà diretta a casa vostra, ordinando la vostra copia direttamente online .

   Acquistando la vostra copia da createspace.com, la pagate 18$ di cui ben 11,85 arrivano direttamente a me, rendendovi in qualche modo azionisti principali del mio giro del mondo in bici! Il manoscritto è stampato a Charleston in Sud Carolina e ci mette tra l’una e le due settimane ad arrivare. Se invece l’inglese non è il vostro forte (Create Space è un sito americano) e non avete voglia di seguire le procedure di registrazione,  acquistatelo pure da amazon.it per 15,60 Euro di cui le mie royalties sono comunque 6,65, quindi ottime!

Detto questo alcuni librai particolarmente FIGHI ( e lasciatemelo dire, perché sono davvero fighissimi!), che si interessano davvero al contenuto di quello che vendono più che alle leggi di mercato, hanno già ordinato le loro copie di Mondonauta.

Mondonauta è disponibile dai seguenti librai :

  • Gulliver, Libri per viaggiare, Verona

  • Quo Vadis, Pordenone

  • Capo Horn, Torino

  • Cuentame, Empoli

  • Libreria Roma, Pontedera 

  • Sweny’s, Dublino

 

Se sei un libraio o hai un esercizio nel quale pensi tu possa distribuire Mondonauta non esitare a contattarmi

Grazie di cuore, passaparola e buona lettura!

Darinka Montico

 

Ancora indeciso? Eccone un assaggio!

 

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Milano, Londra, Johannesburg. Come la pallina di un flipper incanalata nei percorsi prestabiliti degli aeroporti.

Avevo tre anni quando volai per la prima volta. Milano-Tenerife. Io e mia nonna. Lei ne aveva cinquantacinque ed era anche il suo primo volo. Me lo racconta sempre. Non eravamo abituate a stare insieme ed era terrorizzata all’idea di volare e di come avrei reagito, a lei e all’aereo. Non smisi di ridere un attimo.

Il problema era che i miei genitori erano proprietari del più grande negozio di giocattoli che avessi mai visto, probabilmente il solo, ed essendo figlia unica mi consideravo l’imperatrice assoluta di tutti i giochi del mondo. Mi spettavano di diritto, inclusa la bambola della bambina seduta davanti a me, quindi continuavo a strappargliela facendola piangere. Ridevo e mia nonna faceva finta di sgridarmi sogghignando sotto ai baffi. Era talmente divertita dal comportamento irriverente di questa piccola biondina rompipalle che non ebbe tempo per aver paura, mi racconta ancora oggi amorevolmente.

Tutto questo io non me lo ricordo. Mi devo affidare alle sue parole e ai disegni tracciati dalla memoria per riempire i buchi. Mi ricordo però che mi piaceva volare, in ogni suo piccolo dettaglio. Nei pasti inscatolati, nelle porzioni singole di latte liofilizzato, nella completa casualità di chi ti saresti potuto trovare a fianco, nella sonnolenza del decollo e nell’incognita dell’atterraggio. Chiedevo sempre un posto vicino al finestrino per ammirare come le tonnellate di metallo su cui ero seduta si staccassero dal suolo, schiacciavo ogni pulsante, senza alcun pudore facevo alzare tutti i miei vicini per esplorare il velivolo centimetro per centimetro. Ho anche rubato uno dei giubbotti di salvataggio riposti sotto al sedile per vedere se davvero si gonfiava senza soffiarci. Ormai lontana dall’aeroporto lo provo e scopro che la luce che dovrebbe indicare la tua posizione in caso di atterraggio d’emergenza non funziona. Allora attendo il prossimo volo per rubarne un’altro. Non funziona. Ne rubo un terzo e decido di iniziare a regalarli come souvenir a chi mi attende all’arrivo.

Sono anni che tutto questo non accade più. Ora odio volare, ogni anno un pochettino di più. Odio la sensazione di sentirsi nudi in balia dei controlli aeroportuali. Odio non poter portarmi una bottiglia d’acqua, ma essere obbligata a comprarmela dopo aver passato il controllo di sicurezza e pagarla quanto il vino. Odio sentirmi un prodotto.  Odio i finti sorrisi delle hostess, odio non poter portare un pezzo di formaggio in Australia quando Thomas Austin, nostalgico delle verdi campagne inglesi, nel 1856 importò 25 conigli per praticare l’amata caccia nel deserto colonizzato, provocando più danni di una bomba atomica. I conigli, scopando come solo essi sanno fare, ovviamente si sono moltiplicati a dismisura e, considerata la loro dieta di arbusti appena nati, provocarono una devastante erosione del suolo e migliaia di miliardi di dollari di danni all’agricoltura. Per provare a ridurne il numero si introdusse la volpe che si vendicò sui marsupiali, causando ulteriori danni. Ultimo tentativo fu un virus che effettivamente contagiò l’intera popolazione di conigli. L’80% morì e il rimanente 20% divenne immune e continuò a riprodursi come Gremlins sotto a una cascata, creando una nuova generazione di super conigli. Thomas Austin ha sputtanato l’equilibrio naturale di un continente e i suoi amici quasi sterminato la popolazione più antica della terra. E io non posso portare un pezzo di formaggio? 

Odio trasformarmi in una statistica. Odio che nemmeno la mia temperatura corporea possa rimanere un’informazione privata, odio la possibilità di essere messa in quarantena, odio lo sguardo del personale di dogana che ti esamina prima di stamparti il visto sul passaporto, come se ti stesse facendo un favore, odio la paranoia di chi indossa le mascherine perché il terrorismo mediatico s’inventa malattie che non esistono, odio gli italiani che applaudono all’atterraggio, odio i negozi tutti uguali in ogni parte del mondo, odio i vuoti d’aria, odio sedermi vicino al finestrino e vedere le tonnellate di metallo su cui sono seduta staccarsi dal suolo senza capirne la logica. Odio far alzare chi mi è di fianco per andare in bagno. Odio il cibo finto, inscatolato in porzioni singole, odio i bambini che piangono, odio i sedili scomodi, odio la miriade di pulsanti inutili creati per illuderti di essere libero di schiacciarli. Odio inquinare mentre viaggio. Odio le restrizioni assurde di peso e misura dei bagagli, fatte per rubarti denaro. Odio prendere gli aerei ma odio ancora di più perderli. Odio soprattutto perdermi tutto quello che c’è al suolo mentre sono a troppi piedi da terra. Amo un Bloody Mary in volo e l’atterraggio, solo se ben calibrati.

Mi sono persa tutta la lunghezza di un continente sconosciuto per arrivare a Johannesburg. Bambini sorridenti, donne eleganti come gazzelle che camminano per chilometri, antilopi, leoni, schiavi nelle miniere di diamanti e coltan. Schiavi per produrti un telefonino che ti rende schiavo. Fame, povertà e qualche guerra civile. Questo immagino nella mia totale ignoranza. Probabilmente avrei trovato tutt’altro. Ma per ora l’unica a viaggiarci veramente sopra al continente africano è stata la mia fantasia. Non ho visto né gli idiomi, né i colori della pelle mutare mentre volavo verso sud. Solo tre film e la faccia del grasso signore olandese sbrodolare nel sonno di fianco a me. Sarà difficile capire dove sono ma non potevo rifiutare l’offerta di JD.

Vientiane

La mia prima volta in Laos è nel 2006, quando decido di attraversarlo tutto da sola, zaino in spalla. Entro dal confine con il Nord-Est della Tailandia. Due giorni su una bagnarola per arrivare a Luang Phrabang senza miracolosamente bagnare né me, né lo zaino e appena scendo mi tirano una secchiata d’acqua in testa. È Pi Mai, il capodanno buddista e ignoro che sia usanza festeggiare con guerre d’acqua e farina. Dopo aver lasciato i miei pochi averi ad asciugare in una Guesthouse, mi compro più che una pistola ad acqua, un vero e proprio fucile a pompa di plastica colorata e scendo in strada. Un bambino mi vede agguerrita e infila due dita nel grasso della pentola in cui sua mamma sta cucinando qualcosa di talmente piccante che la nuvola di peperoncino soffoca i passanti e mi disegna due oleose righe nere parallele sulle guance. Mi sento più figa di Lara Croft ed entro in battaglia a ritmo della musica stonata che gli enormi Sound System vomitano in strada.

Sono bastate tre BeerLao per ritrovarmi a ballare bagnata come un pulcino, impanata di farina, e fritta dai quaranta gradi centigradi a urlare quanto amo questo paese. Dopo sei BeerLao giuro solennemente a uno sconosciuto che prima o poi tornerò a viverci. Sono completamente rapita dai suoi sorrisi, nonostante la modestia delle condizioni di vita.

Anni dopo manterrò la promessa, prima inventandomi insegnante d’inglese, poi guida turistica e infine aprendo un ristorante a Vientiane.

Per me il Laos, nonostante non abbia alcun sbocco sul mare, è l’isola che non c’è. Un luogo completamente a sé stante, distante milioni di orizzonti dal resto del mondo, dove il tempo non esiste, dove non esistono preoccupazioni, dove non c’è bisogno né di crescere, né di pensare, dove nulla è consentito ma tutto è concesso, ad eccezione del parlare di politica.

Qualche decennio fa una biondina occidentale affacciata sul Mekong disse a Tiziano Terzani: “il Laos è uno stato d’animo” espirando il fumo caldo di una canna d’erba, in una giornata sicuramente più calda del suo respiro. La posso immaginare senza sforzo quella giornata. Il sole diventa rosso e grande quanto il tuorlo di un uovo prima di tuffarsi nel fiume. C’è foschia, e la Tailandia si vede a malapena scomparire tra il fumo dello spinello della giovane hippy e quello dei baracchini che vendono pesce alla griglia.

Ha ragione. La frase di questa sconosciuta mi si è infilata addosso come un guanto, dal primo giorno in cui ho messo piede nella terra dal milione di elefanti. Per noi occidentali è un piccolo buco nel nostro palloncino, non scoppiamo, ma, senza rumore, ci sgonfiamo lentamente. Qualcuno scappa a gambe levate appena se ne accorge eppure la maggior parte di noi viene assuefatta dal vuoto.

Purtroppo la mia “isola che non c’è”, considerata l’enorme influenza cinese, sta cambiando in fretta ma essendo stata chiusa per decenni e comunque molto meno ambita turisticamente dei suoi vicini, ha conservato miglia e miglia di paesaggi e popolazioni vergini.

Per farsi una vaga idea del paese bisogna capire che tra i suoi confini vivono quasi cinquanta “minoranze” etniche, ognuna delle quali parla una propria lingua e vive tramandandosi usi e costumi propri da secoli. Capita che due villaggi popolati da etnie diverse vivano sulla stessa montagna, a distanza di qualche centinaio di metri, senza nemmeno essere in grado di comunicare tra loro e capita che questa montagna non sia collegata con delle strade al resto del mondo, capita che non arrivi l’elettricità e che non ci siano né scuole, né dottori nel raggio di decine di chilometri.

Girando in lungo e in largo, con la mia Honda Win sono capitata nelle campagne interne ad ascoltare anziani signori raccontarmi, in un francese antiquato, di quando cadde a terra il primo aereo americano. Tutto il villaggio accorse stupito intorno al velivolo cercando di trovarne il sesso, per capire se quello strano uccello infuocato fosse maschio o femmina. La maggior parte della popolazione laotiana non sa perché fossero in guerra, o meglio, perché fossero bombardati e la maggior parte del mondo non sapeva che Nixon ci stava giocando a Risiko sopra.

Il Laos è il paese in assoluto più bombardato al mondo. Sono cadute più bombe sulla sua sola superficie che su tutta l’Europa durante la seconda guerra mondiale e a distanza di decenni dai bombardamenti americani ancora oggi un centinaio di persone l’anno saltano sulle bombe inesplose. Nemmeno loro sanno perché.

Politicamente il Laos ha tutt’oggi un regime comunista, con tanto di coprifuoco dopo le 23.00 ma, paradossalmente, è anche il paese dove mi sento più libera al mondo. L’importante è, appunto, non parlare mai di politica. A rischio c’è la propria incolumità.

L’ultima vittima del regime risale solo al 15 dicembre 2012 quando Sombath Somphone è stato semplicemente fatto sparire. Sombath, dopo aver conseguito un dottorato in agricoltura all’università delle Hawai, decide di tornare in Laos, il suo paese natale, per insegnare nuovi metodi di agricoltura sostenibile ai contadini.

Le voci di corridoio sulla sua scomparsa raccontano che Sombath proponesse ai contadini alternative reali alla pratica comune di vendere i propri terreni per due soldi ai cinesi, conseguentemente inimicandoseli, ed essendo il governo laotiano una marionetta del suo ingombrante vicino, iniziò a dare fastidio.

Sombath il 15 dicembre s’incontra per cena con la moglie in un ristorante e poi si dirigono verso casa con macchine separate. Lui non arriverà mai. La moglie, giustamente preoccupata, torna indietro per vedere se non sia rimasto vittima di un incidente stradale, ma non trova alcuna traccia né di lui, né della sua macchina. Decide allora di rivolgersi alla polizia che ingenuamente e all’oscuro della manovra messa in atto per farlo sparire, cerca e trova, nelle registrazioni effettuate dalle telecamere a circuito chiuso, piazzate agli incroci, il momento in cui la sua macchina è stata fermata, lui di forza fatto scendere e caricato su un’altra. La moglie, determinata a trovare il suo uomo, filma il video e lo pubblica su youtube (dove è tutt’ora visibile) e nonostante le pressioni internazionali sul governo laotiano per collaborare all’ indagine, di Sombath si perdono completamente le tracce.

Ma io non sono qua per oppormi al regime, se mai per sfruttarne le faglie.

Un giorno io e il mio ragazzo -un Ercolanese conosciuto in Nuova Zelanda- passeggiando lungo il Mekong troviamo una vecchia casa di legno abbandonata e ci viene l’idea di farci un ristorante di cucina laotiana for beginners.  In quanto stranieri, non è legalmente possibile aprire un attività su territorio laotiano, eppure tantissimi falang gestiscono attività commerciali come veri proprietari. La prassi è trovare un autoctono affidabile, farlo risultare proprietario e farsi assumere come dipendenti. Due piccioni con una fava, risolvendo in un colpo solo anche il problema del visto lavorativo.

Troviamo il laotiano affidabile, affittiamo la casa e la trasformiamo in ristorante. Non siamo in centro ma il posto è talmente magico che contiamo sul fatto che chiunque metta piede nel nostro giardino ci tornerà. Lo addobbiamo riempendo tanti piccoli cestini (usati per servire il tipico riso “glutinoso”) di candele e appendendoli al grande mango che ombreggia i tavoli all’aperto. Chiamiamo il ristorante Kong Khao, proprio come i cestini. Il profumato albero di frangipani all’ingresso dà il benvenuto sulla cucina a vista, costruita con l’intenzione di ammutolire gli occidentali, erroneamente scettici sulla pulizia indocinese. Cerchiamo disperatamente un cuoco in grado di accontentare le nostre esigenze. Cerchiamo qualcuno che sappia preparare piatti ben presentati che mantengano la loro integrità anche senza quintali di peperoncino, glutammato monosodico, o puzzolenti salse di pesce fermentato. Troviamo “Chef”, o così la chiamiamo da quel momento in poi. La prima donna laotiana sovrappeso che abbia mai visto.

Investiamo tutti i nostri averi nel nostro piccolo grande sogno e dopo un paio di mesi di pazienza e speranza non abbiamo più soldi per continuare ad aspettare che potenziali clienti si addentrino in periferia. La necessità si fa virtù e decido di organizzare una festa in modo da essere quanto meno localizzati sulla mappa dei possibili locali da frequentare. In Europa è carnevale e in Asia il carnevale non esiste. Automaticamente si farà una festa in maschera.

Invito Seamus, un chitarrista irlandese, Jaime, il mio migliore amico boliviano, Lee, un cantante mezzo americano e mezzo vietnamita e Dj Pierre, un francese, il cui ruolo mi sembra piuttosto ovvio, a cena per discutere i dettagli della festa. Dicono di essere in grado di tirare insieme tre gruppi e Pierre  terminerà la serata con musica elettronica. Il problema è il coprifuoco. Certo, ci sono locali che rimangono aperti tutta la notte, ma sicuramente hanno degli agganci particolari. Pierre dice di riuscire ad entrare in contatto con il capo provincia e, con un centinaio di dollari “di mancia”, il problema dovrebbe risolversi.

Creo l’evento, disegno i poster e ci tappezzo l’intera capitale. Compriamo casse e microfoni e con gli ultimi spicci rimasti affittiamo una spillatrice di Beerlao e incrociamo le dita.

Sul poster indico che la festa inizierà alle otto ma alle otto e mezza siamo solo io, il mio ragazzo e i  membri dei gruppi. I minuti diventano ore e si parla di tutto tranne che di quello che tutti pensano “…Ma la gente… Dov’è?”

Attacchiamo le casse e Jaime inizia a strimpellare del reggae scanzonato “Bolivian style”, per rompere la tensione. Salta immediatamente l’impianto elettrico. Sono sull’orlo di una crisi di nervi. Seamus, che aveva fatto l’elettricista in Australia, va a giocare con i cavi mentre uno dopo l’altro timidamente entrano i primi avventori mascherati. “E luce fu” su un giardino pieno di gente. Vestita da Cleopatra mi metto dietro alla spillatrice a cui non do tregua fino alla fine. A spanne ci sono trecento persone a ballare, cantare, divertirsi e spendere migliaia di Kip sotto al nostro albero di mango. Mi viene da piangere dalla felicità.

Verso mezzanotte uno spartano e uno zombie al bancone del bar si complimentano, biascicando giudizi sui costumi dei ragazzi appena entrati. “Sembrano dei veri soldati…” Mi giro. SONO DEI VERI SOLDATI!!! È appena entrata la milizia armata. Il coprifuoco! Cazzo! Meno male che in quel reparto dovevamo star tranquilli. Mai fidarsi dei Dj!!!

Gli faccio segno che non capisco una parola di quello che stanno dicendo e chiamo Chef per tradurre nonostante il suo limitato inglese. “È passato il coprifuoco, devono andare tutti a casa!” Sussurra con aria greve.

Ho trecento cristiani -e non- ubriachi in giardino, la seconda band sta ancora suonando, non ho vicini e non possiamo dar fastidio a nessuno. Le dico se può, per favore, farlo notare ai giovani soldati. Ci DEVE essere un’alternativa. Chef, con enorme disinvoltura, li fa sedere a un tavolo e presto vedo che sulle facce serie dei soldati iniziano a spuntare sorrisi. Chef mi chiede una bottiglia di Johnny Walker Black Label e le dico che le può avere tutte. Quei pochi avventori che si erano accorti della possibile imminente tragedia alzano le spalle e tornano a ballare. Io torno alla spillatrice. Dopo mezz’ora i soldati escono barcollando. Mi salutano timidamente con le bottiglie di whisky in mano.

Corro da chef ad abbracciarla e sbaciucchiandola tutta, e ce n’é da sbaciucchiare. Le chiedo semplicemente “How the fuck did you do it?

“Mio padre era generale dell’esercito, lo conoscono e lo rispettano e poi… a loro piace il whisky. D’ora in poi puoi fare quante feste vuoi, fino a che ora vuoi, ma ricordati sempre di ordinare il Black Label.”

Da quel giorno il mio ristorante diventa il centro nevralgico delle attività culturali e artistiche della capitale, artisti locali e stranieri espongono le loro opere nelle sale interne, organizziamo sfilate di moda con designer che vengono fin dall’Indonesia, e, almeno una volta alla settimana, una jam session tra espatriati, laotiani e viaggiatori, devolvendo parte degli incassi prima per lo sminamento del territorio e successivamente facendo vaccinare migliaia di cani contro la rabbia nelle campagne circostanti la capitale.

Col senno di poi avevamo ragione, chi mette piede in questo giardino ci torna, portando amici…Così conosco JD.

Sapevo non saresti riuscito a smettere! 

 

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E se non hai soldi per acquistarlo? Non ti preoccupare, capisco benissimo cosa voglia dire non avere un euro in tasca, scrivimi, raccontami la tua storia e t’invio una copia PDF gratuitamente sulla tua mail!

Darinka Montico

 

 “Because people who have no hopes are easy to control. And whoever has the control, has the power!

Gmork, the Never Ending Story

 

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